La pandemia nell’opera del premio Nobel Albert Camus: la peste nel XX secolo

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Durante il periodo di quarantena si è verificato un boom di acquisti di una delle opere dello scrittore Premio Nobel Albert Camus, La peste. Molti scrittori, sin dall’antichità, hanno descritto nelle loro opere periodi di pestilenza, basti pensare a Boccaccio o Manzoni, ma andando indietro nel tempo ci vengono in mente anche gli autori antichi Tucidide e Lucrezio. Tuttavia quello di Camus è forse il romanzo cronologicamente più vicino alla nostra epoca ambientato in tempi di pestilenza.

Orano, anni ’40 del Novecento. Ritrovamenti di topi morti per le strade della città. L’incipit è diverso, ma la continuazione della storia sembra la descrizione della pandemia di Covid-19 che stiamo vivendo. Il narratore in terza persona e protagonista della storia è il Dottor Rieux, che ogni giorno rischia la vita per visitare e curare i numerosi malati di peste bubbonica. Solo pronunciare il nome della malattia diventa un affare di stato. Ma i malati aumentano e si procede alla chiusura della città. Lo stadio viene adibito a ospedale da campo, le prime cure non danno i risultati sperati. La peste colpisce donne, uomini e bambini, senza differenze. La cronaca degli eventi è uguale, e in fondo lo sono anche i personaggi e i loro comportamenti. Alcuni si chiudono in casa, altri si danno ai piaceri della vita; tra questi si stagliano alcuni personaggi di cui tutti abbiamo sentito parlare in questi mesi. Michel, il portinaio, il paziente zero, il primo a morire di peste. Il dottor Rieux, il medico che combatte fino alla fine contro la peste. Cottard, colui che approfitta del periodo di pestilenza per lucrare sui beni di prima necessità. Rambert, giornalista che si trova in città e che vi rimane bloccato a causa della chiusura. Castel, il medico che dopo vari tentativi riesce a creare un siero efficace contro la malattia. La vita si svolge in maniera ciclica, tutti hanno il proprio ruolo e svolgono le proprie mansioni, tutti soffrono a proprio modo. Ma finalmente arriva il giorno tanto atteso: i contagi diminuiscono, per la città iniziano ad essere avvistati topi vivi. La peste è finita e si ritorna alla normalità, una normalità diversa, carica dei momenti appena passati. 

Camus descrive, usando le parole del dottor Rieux, “il calore della vita e un’immagine di morte”, entrambi elementi che caratterizzano l’esistenza umana. L’uomo deve essere solidale con gli altri uomini nella comune lotta contro l’irrazionalità del mondo. La peste che colpisce Orano acquista quindi il significato simbolico del male insito nella condizione umana, che si presenta nei momenti più improbabili e ci travolge. Il dottor Rieux è proprio il simbolo dell’umanità che combatte contro il male. Alla fine del romanzo non si abbandona ai festeggiamenti, perché sa che il male può tornare. L’unica consolazione è l’affetto umano che riesce a far dimenticare tutto; molti amanti e parenti si ritrovano alla fermata del treno, dopo mesi di attesa e di sospiri. Altri non trovano nessuno ad aspettarli, l’unica compagnia diventa il dolore delle recenti perdite e la consapevolezza di non essere soli nel vivere questo dolore. 

“Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”

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