Ultima fermata: democrazia.

Attualità Primo piano

di Alessandro Liguori 

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, come da tradizione, si terranno il primo martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre, in questo caso specifico, dunque, saranno  il 3 Novembre 2020. Prima di esporre il concetto squisitamente politico, è necessario spiegare il meccanismo elettorale americano, molto diverso e, se pur apparentemente impossibile, ancor più complicato del nostro. I candidati alle presidenziali dei due partiti più rilevanti, quello Democratico e  quello  Repubblicano (gli altri partiti hanno un peso marginale), come da prassi, vengono  scelti attraverso le primarie dei rispettivi partiti. Tuttavia, non si tratta di una scelta diretta: ogni elettore vota per un delegato (chiamati grandi elettori), il candidato che raccoglie più delegati ottiene la nomination del partito. Il sistema adottato dai due partiti, di fatto, è molto simile a livello nazionale: diventa presidente colui il quale raccoglie un maggior numero di delegati. Nelle precedenti elezioni (2016), l’America, per la prima volta, ha visto emergere una figura fuori dagli schemi della vita politica tradizionale, in grado di vincere alle primarie del Partito Repubblicano, prima, e alle elezioni vere e proprie, poi. L’amministrazione Trump si è dimostrata in questi quasi 4 anni totalmente in discontinuità con quella del suo predecessore, Barack Obama, applicando politiche basate sugli slogan e su risposte semplici a problemi complessi. Molto spesso, quasi ironicamente, i media americani ricordano come la campagna elettorale del 2020 sia iniziata già nel 2016  a causa dei toni sempre alti tenuti dal Presidente degli Stati Uniti. Questi quattro anni sono stati ricchi di alti e bassi per Donald Trump:  se, da una parte,  i cittadini gli riconoscono il merito di aver creato più di 2 milioni di posti di lavoro, di aver imposto dazi ingenti ai Paesi esteri e di aver ridato lustro alle aziende americane con l’ormai celeberrimo slogan “America First”, dall’altra, pesa lo stato di impeachment sfiorato, la pessima gestione del nuovo coronavirus, l’aver scatenato una crisi politica con l’Iran.  Il tasso di popolarità, oggi al 40%, è il più basso mai registrato per un Presidente uscente degli Stati Uniti, cosa che ha provocato incomprensioni anche all’interno del suo stesso partito. Tuttavia Trump, come da prassi, si ripresenterà per un secondo mandato da presidente. Il Partito Democratico, invece,  in questi mesi sta svolgendo le elezioni primarie. Queste primarie sono a loro modo storiche poiché detengono il record di candidati, ben 29, a dimostrazione della grande crisi che attraversa la sinistra a livello mondiale. Ancor prima che iniziassero le primarie, il grande favorito era Joe Biden, vicepresidente dal 2009 al 2017, la cui corsa è stata frenata dai pesanti attacchi mediatici e dall’ascesa di diversi altri candidati come Sanders, Buttigieg, Klobuchar, Warren e, non ultimo, Mike Bloomberg, ottavo uomo più ricco sul pianeta, per Forbes, e già sindaco di New York. Attualmente sono rimasti in lizza Biden (ormai indirizzato verso la nomination grazie anche al pesante endorsement di Obama) e Bernie Sanders, leader della parte più radicale del partito il quale ha sollevato tematiche importanti negli Stati Uniti, ma ormai tralasciate, come la sanità gratuita per tutti e l’istruzione a prezzi vantaggiosi. Con tutta probabilità, come hanno già fatto  gli altri candidati, anche Sanders si ritirerà e darà il suo appoggio al rivale. Le tematiche di Biden sono quelle proprie dei moderati americani, le cui idee sono in grado di raccogliere simpatie bipartisan. L’America forse non è ancora pronta e, forse, non lo sarà mai, a un presidente socialista: già la semplice idea di ridurre il numero delle armi in circolazione è capace, come nel caso di Sanders, di suscitare critiche e renderti un perdente di successo. Dunque la situazione che si va delineando è abbastanza chiara: il 3 novembre sarà Trump contro Biden, due candidati diversi ma entrambi rappresentanti di quell’establishment miliardario dal quale l’America fa fatica a distaccarsi. La vittoria di Trump sarebbe nociva, a detta di molti, per i rapporti tra la grande potenza e l’Unione Europea, anche se in questi quattro anni il Presidente si è dilettato solo ad insultare i media connazionali e ad accumulare figuracce su figuracce. Il buon senso suggerirebbe la vittoria di Biden, ma solo il tempo giudicherà, noi Europei, “provincia dell’impero”, non resta che fare da spettatori.

 

 

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