“La mafia si vince parlando ai giovani”

Attualità Dalla scuola

di Valeria Adimari, Vincenzo Siciliano e Mattia Sposato

Il Magistrato Alessandra Dolci

É con questa citazione di Gratteri che vogliamo introdurre l’incontro virtuale di ieri mattina organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera e Amici di Scuola. “Insieme per capire- Legalità e lotta alla mafia” è questo il titolo dell’incontro, con cui la Fondazione si è voluta avvicinare alla popolazione scolaresca. La Fondazione nasce nel 2001 con lo scopo di trasmettere e approfondire notizie in una dimensione di diretto contatto con il pubblico, creando occasioni di confronto e di dibattito. Nel corso di questi incontri viene dato spazio alle voci più qualificate del panorama nazionale tramite interventi su questioni di attualità, cultura, scienza, economia e politica. Tra i partecipanti c’era anche il Liceo Julia, in particolare, le classi IA, I B,IC,  IV B, IV C, VA, VB del Liceo Scientifico. A coordinare  l’incontro  è stato il  giornalista Cesare Guizzi e a relazionare Alessandra Dolci, capo della direzione distrettuale antimafia di Milano con alle spalle ben 32 anni di magistratura. Molti sono stati gli spunti di riflessione per noi studenti. 

Il magistrato, che si occupa principalmente delle organizzazioni di stampo mafioso nel Nord Italia, ha precisato che la Mafia non è invisibile, non è qualcosa che leggiamo solo nei libri, non è un fenomeno a compartimenti stagni che riguarda esclusivamente alcune regioni del nostro Paese. La criminalità organizzata è qualcosa di più drammatico e presente, capace di insinuarsi in ogni aspetto della vita sociale, minando i principi basilari della legalità.

L’analisi ha sottolineato l’esistenza di un legame di subordinazione molto forte tra la mafia lombarda e la “Casa Madre”, ossia la ‘Ndrangheta calabrese. La relatrice, nell’illustrare il suo percorso lavorativo sulle varie vicende di stampo mafioso, si è soffermata, in particolare, sul caso di Antonino Belnome, il boss della ‘Ndrangheta di Giussano condannato in via definitiva per l’omicidio di Carmelo Novella, finito al centro della maxi inchiesta, “Infinito”, della Procura di Monza. Novella, originario di Guardavalle, ricoprì il ruolo di Capo della Locale Lombardia fino al suo arresto avvenuto nel 2005 per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. A seguito della sua scarcerazione, nel 2007, stabilì la sua residenza a San Vittore Olona comune di Milano e spodestò Cosimo Barranca dal ruolo di responsabile. Fin da subito Novella cercò di ottenere l’autonomia della Lombardia dalla casa madre, andando però ad infrangere una delle regole più importanti stabilite nelle caste della ‘ndrangheta. Questa scelta gli costò cara la vita, infatti, mentre era in un bar di Milano due sicari si avvicinarono e lo uccisero. Successivamente furono catturati e decisero di collaborare con la giustizia, una scelta che non sempre viene attuata da coloro che vengono arrestati, poiché questo significa per loro  tradire quei valori morali che fin dall’inizio giurano di seguire. Il magistrato ha esposto il dramma emotivo di coloro che vogliono allontanarsi dalla criminalità, ma che non possono farlo poiché l’unica opportunità di salvezza è la collaborazione con la giustizia, il che implica inevitabilmente tradire tutti i valori mafiosi. I capisaldi su cui si basano le organizzazioni mafiose sono la forte coesione tra i membri, i matrimoni combinati e l’inesistenza dei divorzi, la funzione della donna come “architrave” della mafia, l’importanza dell’onore e del decoro della famiglia.

Secondo il magistrato Dolci, i giovani hanno un ruolo fondamentale nell’abbattimento della criminalità: devono innanzitutto informarsi e conoscere le dinamiche di questa piaga sociale, così da poter fare scelte eticamente orientate, ma soprattutto decidere “ da che parte stare” ed essere operativi collaborando in modo tangibile anche alla valorizzazione dei beni confiscati. Per quanto riguarda questi ultimi, sarebbe più semplice venderli ai privati per far sì che lo stato incassi, ma è più importante destinare i beni alla comunità e metterli a disposizione di tutti. La situazione cambia quando i beni sono in stato di abbandono o vandalizzati. Per questo sono importanti gli enti pubblici territoriali, i comuni, che devono assicurarsi che ci sia un determinato progetto dietro l’assegnazione di un bene.

L’incontro ha toccato diversi aspetti del problema su cui tutti dovremmo riflettere, perché quotidianamente assistiamo inermi alle conseguenze che questo fenomeno provoca. Ci auguriamo che la sensibilizzazione alla tematica della legalità non sia più un tabù, perché “La mafia si vince parlando ai giovani”.

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